Relazione Di Gianguido Santucci
Coordinatore Nazionale AA.LL. FP CGIL


Da tempo la Funzione Pubblica CGIL è impegnata, sul versante contrattuale, a contrastare con forza i processi di privatizzazione ed esternalizzazione che  negli ultimi anni, soprattutto negli enti locali, hanno avuto una crescita esponenziale, in particolar modo nella gestione dei servizi al cittadino e alla persona.

Questi processi, intesi quasi esclusivamente come unica strada per recuperare le risorse negate dal Governo al sistema delle Autonomie, non hanno infatti determinato alcun miglioramento delle prestazioni, al contrario hanno prodotto un  forte abbassamento del sistema dei diritti e delle tutele dei lavoratori coinvolti in questi processi, il peggioramento della qualità dei servizi erogati, un  aggravio dei costi per le tasche dei cittadini.

La nostra categoria, nel preoccuparsi sia di difendere i livelli occupazionali e contrattuali dei lavoratori e delle lavoratrici del Comparto coinvolti in questi processi, sia il mantenimento dei livelli delle prestazioni erogate, è  consapevole che sul nodo delle privatizzazioni si gioca una battaglia importante per impedire  che il sistema dei diritti universali e di cittadinanza,  garantito oggi dagli Enti Locali, possa essere soggetto a processi di  dismissione che assoggetterebbero l’intero sistema ad inaccettabili  logiche di mercato,  minando i principi fondamentali d’uguaglianza e pari opportunità sanciti dalla Costituzione.

Per questi motivi è necessario riprendere con forza l’iniziativa, con la consapevolezza  che battere l’idea di aprire al mercato privato i servizi erogati dalla pubblica amministrazione non sarà affatto semplice; servirà da parte del sindacato una rinnovata capacità di proposta in grado di offrire agli Enti soluzioni idonee in grado di fornire risposte adeguate alla domanda crescente di servizi e prestazioni che viene da una società che in questi ultimi anni è diventata  particolarmente complessa ed articolata nella rappresentazione dei propri bisogni.

Occorrerà, quindi,   una rinnovata capacità di dialogo con i partiti e quei pezzi della società civile che hanno condiviso le parole d’ordine della CGIL   sul tema dei diritti e dello Stato Sociale, per dare maggiore forza alle iniziative che metteremo in campo rispetto  alle politiche contrattuali ed alle scelte organizzative e gestionali operate dagli Enti.

Tutto questo  sarà possibile se riusciremo a coniugare la nostra azione sindacale con le iniziative di legge che oggi si rendono necessarie per mettere ordine in un sistema investito da un processo di affidamento al privato della cosa pubblica ormai  fuori controllo. Tra le cause principali vanno certamente ricordati anche  gli input contenuti nelle ultime Finanziarie, con i quali viene sollecitato il ricorso alle  privatizzazioni per generare quel  “risparmio dei costi di gestione e del personale” su tutte le attività in grado di fornire un tornaconto economico in termini di cassa.

Da ciò si evidenzia  con chiarezza che non è più sufficiente   contrastare nelle sedi del confronto sindacale l’idea di privatizzazione dei servizi che si sta affermando nel paese;  è necessario intervenire a monte del momento  decisionale, forti  di un consenso dei lavoratori e dei cittadini che va costruito nel tempo, sulla base di  precise opzioni politiche. 

Ciò sarà possibile se riusciremo a fare coincidere ciò che sviluppiamo a difesa dei diritti dei lavoratori e dei cittadini con una riflessione sul ruolo che deve assumere la Pubblica Amministrazione locale, in un contesto di profondi mutamenti istituzionali che hanno comportato nuove ed importanti competenze per il  sistema delle Autonomie, per rispondere alle esigenze di sviluppo sociale ed economico di una società sempre più complessa ed articolata.

Personalmente sono convinto che la risposta dello Stato alle esigenze di cambiamento del sistema-paese attraverso le privatizzazioni sia una risposta sbagliata e controproducente, figlia di una idea neoconservatrice che laddove è stata applicata, ha sempre  mostrato limiti e  insufficienze, creando situazioni di precariato o di sfruttamento intensivo, fornendo   risultati di bassa qualità,  bruciando  risorse  umane e patrimoniali  che sarebbero state essenziali per affrontare le problematiche  gestionali in  una condizione  finanziaria di bilancio più favorevole.

Il  nostro paese ha l’urgente necessità di avviare un radicale processo di innovazione  e modernizzazione,  per sostenere la sfida della competizione globale attraverso una rivisitazione  profonda del sistema produttivo, delle reti , dei trasporti e dei servizi, di cui indubbiamente le autonomie locali sono protagoniste assolute.

Per sostenere il confronto sono indispensabili nuovi investimenti sul piano locale e nuovi assetti organizzativi che assicurino  una  presenza continua, qualificata ed autorevole degli Enti Locali come punto di riferimento indispensabile per aiutare territorialmente lo sviluppo sociale ed economico del paese.

Dobbiamo essere consapevoli dell’importanza della fase  che si sta determinando per operare scelte precise per quel che riguarda i  modelli e gli assetti delle attività di supporto all’azione istituzionale degli Enti, poiché esse sono destinate a condizionare  fortemente la nostra attività futura.

Quali sono, dunque, queste scelte?

Le aziende comunali a partecipazione pubblica che agiscono con modalità e criteri di vero e proprio gestore privato sono oltre 2000 , anche se i dati non sono ufficiali; di queste, circa 700, con 160 mila addetti,  non sono  più municipalizzate ma aziende a tutti gli effetti, che erogano servizi  e realizzano ricavi superiori ai 25 milioni di euro l’anno  soprattutto nel campo dei settori idrici, del gas e dei rifiuti.

Per tutte queste aziende che svolgono attività d’impresa d’interesse pubblico quali, ad esempio, la raccolta dei rifiuti, il sistema dei trasporti, l’acqua e l’elettricità, cresce  l’esigenza di un intervento volto a ricondurre sotto il pieno controllo dei Consigli Comunali  i loro bilanci, le scelte d’indirizzo gestionale, il rispetto dei compiti loro assegnati.

Ciò per evitare i fenomeni, sempre più frequenti, di ricorso alla pratica del  subappalto e al  caro tariffe spesso ingiustificato e ben superiore ai costi sostenuti. Per di più, tutto questo avviene in un contesto  generale privo di ogni forma di trasparenza  e di  rendicontazione.

Un esempio per tutti: l’ACEA, che di fatto si è indebitata gettandosi nell’avventura del quarto gestore della telefonia , senza che  il consiglio comunale  di Roma ne fosse  stato preventivamente informato.

Forse è giunto il momento di ripensare a talune scelte di privatizzazione di servizi che, alla luce delle esperienze maturate in questi ultimi anni, sarebbe opportuno ricondurre nell’ambito della conduzione diretta da parte degli Enti, magari attraverso delle “public utilities”. Esemplare, in questo senso, è il caso   dell’acqua, un bene universale  che non può essere consegnata al libero mercato.

Le privatizzazioni avviate dagli Enti Locali  hanno assunto  caratteristiche assai diverse tra loro, in virtù di disposizioni di legge sufficientemente imprecise da consentire la possibilità di sbizzarrirsi rispetto alle diverse modalità di gestione e funzionamento,  e senza porre seri limiti alla presenza del capitale privato.

Le ultime Finanziarie  hanno poi aperto la strada alla completa liberalizzazione  dei servizi pubblici senza fare distinzione alcuna,  purché possiedano il requisito della redditività (financo i servizi tributari del Comune hanno subito questa sorte).

Il rischio che oggi si corre è che un’azienda costituita secondo le modalità definite dalle attuali leggi, anche se riferita all’ente pubblico,  possa uscire fuori dal conto economico dell’ente, diventando così un vero e proprio partner esterno allo stesso, fuori da ogni controllo.

Ciò potrebbe portare alla sottrazione della possibilità da parte delle popolazioni, di decidere, attraverso le loro rappresentanze politiche nei livelli istituzionali locali, le condizioni dello sviluppo e le regole della convivenza  civile,  dalla qualità della vita alle relazioni sociali  sul territorio.

Questi esempi non influenzano la nostra idea che le attività a carattere industriale possano essere regolamentate e gestite in modo più proficuo per la collettività attraverso un processo di privatizzazione. Si tratta però di stabilire nuovi vincoli di legge che regolamentino i limiti della eventuale presenza privata negli assetti di queste aziende; le forme di controllo e vigilanza da parte del Comune proprietario o azionista di maggioranza (con una quota  che non deve mai scendere al di sotto del 51% effettivo) per quanto riguarda i bilanci e le politiche tariffarie;  il divieto di avviare attività non compatibili con i compiti istituzionali loro attribuiti; il regime contrattuale da applicare a tutti i lavoratori; i limiti da stabilire per il ricorso a forme di subappalto; i vincoli  per quel che riguarda le modalità del ripianamento da parte dei Comuni stessi, dei debiti contratti dalle singole aziende .

Già la definizione di queste poche regole   consentirebbe di ricondurre nei giusti binari i processi di privatizzazione che talvolta, soprattutto laddove più debole è la presenza dello Stato, hanno permesso una crescita  d’intrecci perversi tra politica, affari e delinquenza organizzata, utilizzando per l’arricchimento personale le risorse pubbliche che interessano settori  che hanno una grande importanza civile  e che toccano la quasi totalità della popolazione italiana.

Per non parlare dell’assurda condizione in cui ci troviamo a causa dell’assenza di una politica industriale finalizzata alla costruzione di una rete di servizi a supporto dello sviluppo del paese. Questo ha portato  l’Italia ad essere  oggi il paese europeo  in testa ai processi di dismissione sopratutto nel campo dei trasporti e dello smaltimento dei rifiuti, dove la fanno quasi da padrone  molte aziende straniere che intervengono nella gestione di questi servizi.

Un deficit, questo, di strategia industriale e d’investimenti   che diventa eclatante in casi come quello della Campania,  dove intere  popolazione insorgono giustamente contro le discariche che rappresentano un vero pericolo per l’equilibrio ambientale dei territori coinvolti.

Per tutti questi motivi, guardando anche ai ripensamenti dell’ANCI sugli effetti non soddisfacenti in termini di risultati e di costi  che questa stagione di privatizzazioni ha avuto  soprattutto nel settore delle attività a carattere industriale, credo che la nostra azione non debba limitarsi a richiedere la definizione di un ambito normativo di riferimento diverso che assicuri il buon governo di questi processi. Io credo, infatti, che serva anche una forte iniziativa in tutti i territori, volta a definire una  precisa strategia industriale nella quale la privatizzazione dei servizi dovrà essere frutto di una idea collettiva e condivisa, di messa in rete dei  servizi territoriali d’interesse pubblico, da gestire in maniera privatistica ma con le garanzie che abbiamo esposte, mettendo insieme gli enti locali, i direttori delle aziende, le rappresentanze dei  lavoratori e degli utenti.

Per quanto riguarda la partita del welfare locale  e dei servizi rivolti alla persona, l’offensiva neoliberista è molto più pressante ed articolata ed è frutto delle scelte operate dal Governo in termini di tagli alle risorse destinate a finanziare gli Enti Locali. 

E’ evidente, infatti, l’impatto immediato e devastante che queste scelte hanno sui cittadini, sia come utenti che come erogatori di servizi : dalla scuola dell’infanzia ai servizi di assistenza ai disabili ed agli anziani, dal sostegno alle famiglie disagiate alle politiche per la casa.

Per questo motivo non possiamo abbassare la guardia sul tema dei diritti , ma riprendere con forza la nostra battaglia per costruire nei territori una serie di vertenze a difesa dei diritti universali e di cittadinanza che determini un atteggiamento, da parte delle amministrazioni locali, teso a salvaguardare concretamente, nel campo dei servizi alla persona, i principi di uguaglianza sanciti dalla nostra Costituzione.

Anche a questo proposito  servono  precisi riferimenti  che facciano chiarezza, una volta per tutte, sul rapporto che deve intercorrere tra pubblico e privato, fermo restando  che per noi è irrinunciabile la presenza del pubblico nella erogazione dei servizi  alla persona ed alla cittadinanza in tema di welfare e di diritti universali.

Per la CGIL è di fondamentale importanza ribadire che la eventuale presenza del privato può integrare quella pubblica, ma non la sostituisce, in quanto la nostra opzione politica è che tutto quanto  si muove attorno al sistema di tutela dei diritti alla persona ed al cittadino non possa essere privatizzato o dato in gestione a privati.

Deve essere chiara l’interdipendenza tra lavoro pubblico  e diritti dei cittadini  all’interno del sistema universale di welfare,  che non riguarda  solo la prestazione, ma anche le modalità di erogazione e la garanzia di accesso, e la necessità  di definire  i confini e, soprattutto, la separazione tra politica ed amministrazione.

Nonostante gli attacchi perpetrati dal Governo all’intero sistema  dei servizi alla persona ed ai diritti di cittadinanza, il sindacato, attraverso una forte azione contrattuale, è riuscito in parte a limitare i danni di un disegno  che punta a comprimere i servizi per aprire un nuovo, gigantesco mercato da affidare al privato.

Intervenire su queste scelte significa, da parte della Funzione Pubblica CGIL,   porre al centro dell’ attenzione le politiche gestionali, organizzative ed occupazionali degli enti  sulla base di un confronto che va aperto rimettendo in primo piano i temi  della valorizzazione del lavoro  e dello sviluppo professionale  all’interno del  ciclo produttivo, per costruire una moderna rete di servizi e prestazioni.

Solo così è possibile affermare la centralità del pubblico  nelle sue diverse articolazioni per  riprogettare  il sistema delle pubbliche amministrazioni in funzione della difesa   diritti.

Per tutti questi motivi credo sia urgente allargare questa  la riflessione, coinvolgendo anche soggetti diversi dal sindacato. Solo così è possibile mettere in campo  un progetto che, partendo  dalla necessità di ricostruire ciò che si è tentato di distruggere, sia all’altezza  delle aspettative e dei bisogni  non solo delle persone che rappresentiamo,  ma anche dei tanti  che in questi anni hanno affidato alla CGIL  ed alle sue organizzazioni di categoria il compito di difendere i loro diritti e le loro condizioni di vita .


Aquila, 29 giugno 2004