Assemblea Nazionale dei Quadri del Comparto Regioni - Autonomie Locali  - Roma 22 giugno 2002

Relazione di Giovanni Pagliarini Segretario Nazionale FP CGIL

 

 

Lo scopo di questa iniziativa è quello di contribuire a sviluppare una riflessione della Funzione Pubblica sul sistema delle autonomie locali, sul suo funzionamento, sul valore del lavoro espresso al suo interno e, più in generale, sul nesso tra valorizzazione del lavoro e qualificazione dei servizi.

Un nesso che abbiamo voluto fortemente evidenziare nel titolo di questa iniziativa “ più valore al lavoro pubblico, più servizi per i cittadini” con l’intento di verificare nel  contempo la coerenza tra l’attuale stagione contrattuale e gli obiettivi delle iniziative e delle lotte della CGIL e della categoria di questi ultimi due anni quali  la difesa dei diritti, il valore del lavoro e dei servizi pubblici, contro la precarietà e contro i processi di esternalizzazione e privatizzazione.

Il sistema delle Autonomie locali tra riforme e cambiamenti organizzativi

A partire dalla seconda metà degli anni ‘80 si è assistito nel mondo delle autonomie locali a massicci interventi di innovazione legislativa che ne hanno, sul piano formale, ridisegnato il profilo istituzionale, organizzativo e funzionale.

La legge 142/90, la 241/90, il decreto legislativo 29/93 e le sue evoluzioni, le riforme Bassanini e la modifica del titolo V della Costituzione sono i riferimenti che balzano più immediatamente alla mente, ma molte altre sono state le iniziative di emanazione centrale tese ad incidere sul funzionamento degli enti locali. Basta ricordare le disposizioni sugli orari di servizio, gli uffici relazioni per il pubblico, il Codice di comportamento dei dipendenti pubblici, per avere un’idea dell’ampiezza dei temi su cui si è cercato di intervenire.

Oggi, a distanza di anni, penso sia utile e necessario cercare di analizzare gli esiti reali del processo di riforma federalista dello stato.

Chi conosce il funzionamento di Comuni, Province e Regioni sa che a molte di queste novità normative non hanno corrisposto altrettante innovazioni sul piano reale dell’organizzazione e della prestazione dei servizi, dei modelli decisionali e dei comportamenti organizzativi e, quel che più conta, sul piano della qualificazione dei servizi resi ai cittadini.

L’esperienza concreta di questi anni ci dice che il cambiamento nel sistema pubblico locale non avviene per sola decretazione in quanto spesso innovazione legislativa e innovazione organizzativa non coincidono: la prima può non tradursi nella seconda e la seconda può svilupparsi indipendentemente dalla prima.

Con questo non voglio affermare che non siano serviti gli interventi legislativi, tuttavia voglio rimarcare che questi interventi da soli non sono stati in grado di produrre quei cambiamenti di cultura e di prassi organizzativa e gestionale che sono invece indispensabili per migliorare la qualità della rete dei servizi locali.

Occorre quindi una forte azione di contrasto per isolare e sconfiggere la tendenza, ancora troppo presente nella cultura politica ed amministrativa, che concepisce la pubblica amministrazione come “ordinamento” e, quindi, come sistema totalmente regolabile da norme e procedure prescrittive e non, invece, da azioni e innovazioni organizzative e gestionali capaci di porre l’ente locale al centro delle politiche di crescita, di sviluppo e di coesione sociale.

Se come abbiamo potuto constatare la riforma, intesa come capacità del sistema delle autonomie di rispondere ai bisogni dei cittadini, non si realizza né per legge né per decretazione, va detto con estrema chiarezza che non si realizza  nemmeno attraverso l’esclusivo utilizzo di esperti esterni. 

Il cambiamento, quello vero, è un percorso che va realizzato e diretto da chi opera all’interno: non c’è cambiamento possibile senza lavoratori e lavoratrici motivati, valorizzati e pienamente responsabilizzati, così come non c’è cambiamento senza disponibilità degli amministratori. 

Servono, da questo punto di vista, sforzi e innovazioni autonomi e originali, il che non significa ricorrere a soluzioni impermeabili alle esperienze del mondo esterno perchè una cosa è integrare, altra cosa è sostituire le competenze e le responsabilità interne. 

Servono forti investimenti in ricerca, sperimentazione, formazione e qualificazione professionale. Non servono nè sono utili “ricette astratte  già pronte”. 

Dico questo perché spesso la riforma della pubblica amministrazione locale è stata affrontata come processo di “aziendalizzazione”, nel senso che qualcuno - o meglio, troppi  per i nostri gusti – ritiene  che l’estensione agli enti locali dei sistemi di gestione delle imprese sia possibile e contemporaneamente sufficiente a realizzare il cambiamento. 

Sono personalmente convinto con non vi sia nulla di più sbagliato in quanto le logiche organizzative aziendali non possono essere esportate, meccanicamente nel sistema delle autonomie e più in generale nel mondo pubblico. Un approccio puramente “aziendalistico” non solo mal si concilia con il tema del cambiamento e della qualificazione dei servizi pubblici, ma è estremamente pericoloso. 

Molte sono le ragioni che portano a questa conclusione, ma voglio citare la più elementare e cioè  la funzione pubblica , quale fattore specifico e insostituibile. 

Le amministrazioni locali sono i luoghi nei quali risolvere i problemi che riguardano la collettività dei cittadini, e come tali hanno finalità e caratteristiche proprie e specifiche. 

Esse non producono solo beni e servizi, ma elaborano politiche pubbliche e tutelano e garantiscono diritti individuali e collettivi. 

Il privato è cosa diversa e ha come unico obiettivo quello di realizzare profitti. 

Il sistema pubblico non è né migliore né peggiore del privato: è diverso ed è proprio questa diversità che richiede soluzioni e culture organizzative originali e non importate. 

Il rapporto tra riforma, cambiamento e strategia contrattuale

Parallelamente alla stagione delle riforme all’interno del sindacato è cresciuta la consapevolezza che le modificazioni organizzative degli enti, dell’organizzazione del lavoro e della stessa forza lavoro, derivante dalla necessità di reperire professionalità sempre più evolute e specializzate, avevano reso i modelli di inquadramento e i percorsi di apprezzamento del lavoro del tutto inadeguati. 

Così come il modello contrattuale  che prevedeva  un livello nazionale e una sessione decentrata meramente applicativa, rendeva oggettivamente debole l’iniziativa del sindacato sui temi  dell’organizzazione del lavoro e della valorizzazione delle professionalità.

Queste valutazioni hanno costituito il tema centrale della nostra riflessione e ci hanno consentito di intraprendere un percorso autonomo e originale  di sostegno al processo riformatore e al cambiamento, che ha fatto leva sui lavoratori e sulle lavoratrici, sul loro coinvolgimento, sulla risposta ai loro bisogni a partire dalla costruzione di un impianto contrattuale strutturato su due livelli, uno nazionale e l’altro decentrato integrativo, il primo orientato a tutelare i diritti universali, l’altro ad apprezzare il lavoro lì dove viene svolto, mettendo a disposizione di questo modello un nuovo sistema di relazioni sindacali e un nuovo sistema di classificazione del personale. 

Ma non solo. Questo percorso è stato affiancato da un forte processo di democratizzazione e di messa in campo di un nuovo protagonismo del mondo del lavoro: mi riferisco alla legge sulla rappresentanza nel pubblico impiego ed alla elezione generalizzata delle Rappresentanze Sindacali Unitarie. 

Queste, in estrema sintesi, sono le principali novità che hanno caratterizzato la stagione contrattuale 1998-2001, una stagione contrattuale complicata ma fondamentale, sicuramente sul piano dell’avanzamento in materia di tutela del lavoro pubblico e di  qualificazione dei servizi locali.  

I contenuti di quella stagione contrattuale sono stati difesi, consolidati e rafforzati nell’attuale stagione contrattuale e ci hanno consentito di costruire un contratto di qualità. 

Ho voluto ripercorrere, seppur brevemente, alcuni tratti della nostra storia recente, descrivendo tendenze, storture e ambiguità del sistema delle autonomie indicandone i responsabili, perché molte di quelle storture e ambiguità sono ancora presenti. E allora io credo che sia  importante ricordare come le abbiamo contrastate, poiché abbiamo ancora tanta strada da fare ed è bene non dimenticare da dove siamo partiti.

La stagione contrattuale 2002-2005

La stagione contrattuale 2002-2005 si è sviluppata in un contesto complicato e denso di difficoltà. L’azione del Governo mirata all’attacco dei diritti dei lavoratori si è intrecciata con le ambiguità e le debolezze interne al sistema delle autonomie locali. 

Abbiamo dovuto fare i conti con  scelte del Governo che puntavano ad attaccare i diritti dei lavoratori attraverso la destrutturazione del modello contrattuale, a partire dal ridimensionamento per arrivare  al superamento del CCNL e del suo valore di universalità dei diritti e delle tutele, con l’obiettivo di sostituirlo con un modello fondato sul contratto individuale e sulla precarizzazione del lavoro. L’esiguità delle risorse inizialmente stanziate per rinnovare il CCNL ed i tagli ai trasferimenti alle Autonomie locali rappresentano scelte coerenti con questa strategia, tesa a depotenziare i servizi pubblici locali e il sistema stesso di Welfare a favore di un progressivo processo di privatizzazione e di svuotamento delle funzioni e responsabilità pubbliche. 

Accanto a quelle del Governo non possono essere taciute le responsabilità del sistema delle Autonomie Locali. Troppo flebili e isolate le voci che si sono levate contro i tagli ai trasferimenti previsti nelle Finanziarie. Per troppo tempo è stato assente un chiaro impegno politico per sbloccare la trattativa contrattuale. Preoccupante è stata e continua ad essere la sostanziale assenza di una strategia delle Autonomie locali che punti sulla valorizzazione del lavoro e sulla qualità dei servizi  per aiutare lo sviluppo economico e sociale del paese. 

Continua a permanere una tendenza, da parte degli amministratori locali, a puntare sui processi di esternalizzazione e privatizzazione, invece di assumere una chiara funzione di regolatori e di promotori del benessere sociale delle comunità territoriali. 

Le ragioni della vertenza.

La scelta di affrontare il rinnovo contrattuale costruendo la vertenza-piattaforma nasce dall’esigenza di contrastare il disegno ed i pericoli insiti nelle politiche del Governo e nelle incertezze ed ambiguità delle Autonomie Locali sopra descritte.

“Costruire la rete dei sistemi locali” era la prospettiva strategica che, come FP CGIL, avevamo lanciato nel convegno di Chianciano del 2001. Su questa sfida alta abbiamo costruito insieme alla FPS-CISL e alla FPL- UIL gli obiettivi prioritari per il rinnovo contrattuale.  

Esito e contenuti della trattativa.

Il contratto collettivo nazionale stipulato il 22 gennaio 2004, consegna un risultato coerente sia con la battaglia generale della CGIL che con la nostra idea di coniugare  valorizzazione del lavoro pubblico,  qualità dei servizi pubblici e rafforzamento del welfare locale. Questo è stato possibile perchè abbiamo respinto l’idea di depotenziarlo e di renderlo marginale e “leggero”.  

L’accordo, nel confermare il doppio livello di contrattazione, consolida e rafforza il contratto nazionale attraverso la riconferma dei contenuti normativi definiti dal ’95 ad oggi e contestualmente implementa l’impianto delle relazioni sindacali consentendo un pieno dispiegamento della contrattazione integrativa decentrata. 

Particolare attenzione è stata dedicata ai temi delle trasformazioni, delle privatizzazioni dei servizi e della precarizzazione del lavoro. Significativa, a questo proposito, è la norma di salvaguardia per i lavoratori coinvolti nei processi di trasformazione e l’aver impedito l’introduzione di ulteriori forme di flessibilità e precarizzazione. 

 

Abbiamo respinto il tentativo di mettere in discussione l’attuale sistema di classificazione, che conteneva il rischio di un depauperamento delle competenze professionali presenti nel comparto e, attraverso l’istituzione della Commissione paritetica sulla classificazione, abbiamo voluto evidenziare la necessità di un potenziamento della classificazione in direzione di una più attenta valorizzazione delle professionalità presenti nel sistema delle autonomie locali. 

Sul piano economico il nuovo contratto nazionale si è misurato sia sul tema della tutela del potere d’acquisto che sulla necessità di perequare le retribuzioni delle autonomie locali con gli altri settori della pubblica amministrazione. Le quantità economiche complessive conquistate e l’istituzione dell’indennità di comparto danno significative risposte alla questione salariale posta come priorità nella vertenza-piattaforma. 

Questi primi importanti risultati non esauriscono gli obiettivi della vertenza ma rappresentano un decisivo passo avanti nella strategia della Funzione Pubblica. Essi sono stati possibili grazie alla capacità di coesione del movimento sindacale in coerenza con la strategia della CGIL sui diritti.

Fondamentale sono stati  il rapporto democratico con i lavoratori e la capacità di mobilitazione intorno agli  obiettivi che ci eravamo dati.
 

La stagione di contrattazione integrativa, riflessioni e proposte

La stagione di contrattazione integrativa precederà e per un tratto si intreccerà con la campagna per il rinnovo delle Rappresentanze Sindacali Unitarie. 

Si tratta di appuntamenti importanti e per questo è necessario dare visibilità e corpo ai temi che hanno caratterizzato le iniziative e le lotte della CGIL e della nostra categoria in questi ultimi due anni. 

Se sapremo mettere in campo, con chiarezza, una proposta coerente con i valori che come organizzazione abbiamo difeso e rappresentato, a partire dalla straordinaria manifestazione del 23 marzo in poi, i risultati non mancheranno, perché sono convinto che nelle elezioni per il rinnovo delle RSU che si svolgeranno dal 15 al 18 novembre quei valori e quelle coerenze faranno la differenze tra noi e le altre organizzazioni e ci consentiranno, per la terza volta, di confermarci come l’organizzazione più rappresentativa del pubblico impiego. 

Per queste ragioni la stagione di contrattazione integrativa dovrà caratterizzarsi, in coerenza con il modello consegnato dal nuovo CCNL, con piattaforme che mettano al centro la difesa dei diritti e l’ampliamento quantitativo e qualitativo dei servizi pubblici, costruendo un forte legame tra diritti dei lavoratori e diritti della collettività. 

Ma non solo, la presentazione delle piattaforme per i contratti decentrati deve vedere un diverso e rinnovato approccio da parte di tutti noi.

Dobbiamo avere il coraggio e la lungimiranza di trasformare quel momento negoziale in un rapporto non solo con le lavoratrici e i lavoratori ma anche con in cittadini-utenti e con i soggetti politici sensibili al tema dei diritti del lavoro, costruendo alleanze capaci di tenere assieme la valorizzazione del lavoro pubblico con la riqualificazione dei servizi pubblici locali, riconoscendo ad essi un ruolo fondamentale a sostegno dello sviluppo del territorio e a difesa dello stato sociale locale.
 

Per fare questo sarà necessario misurarsi sull’organizzazione del lavoro e sulla ricomposizione del ciclo produttivo, intervenendo su tutti quei fattori in grado di migliorare le condizioni lavorative e qualificare le prestazioni dei lavoratori. 

Al fine di raggiungere gli obiettivi precedentemente indicati – senza alcuna pretesa di “dare la linea” – proverò ad elencare alcune delle priorità politiche da porre al centro delle nostre rivendicazioni: 

-     il riconoscimento del valore sociale del lavoro pubblico, attraverso la difesa della gestione pubblica e diretta delle funzioni e delle attività degli enti, contrastando i processi di esternalizzazione e privatizzazione; 

-     lo sviluppo di negoziati e vertenze finalizzate alla stabilizzazione del lavoro precario e per garantire diritti e tutele omogenee in tutti gli enti; 

-      il miglioramento delle condizioni di lavoro attraverso il potenziamento dell’intervento delle RSU sull’organizzazione del lavoro, favorendo percorsi di crescita professionale, di formazione ed aggiornamento permanente; 

-    lo stanziamento di risorse aggiuntive, da parte degli enti, per assicurare maggiori risorse da destinare ai sistemi incentivanti. 

Va quindi rafforzato il tratto politico della nostra azione negoziale attraverso la predisposizione di piattaforme rivendicative che, utilizzando tutti gli strumenti messi a disposizione dal contratto nazionale, siano in grado di contribuire all’affermazione dei servizi pubblici locali come luogo della società nei quali assumono consistenza i diritti di cittadinanza. 

A tale proposito è fondamentale che le piattaforme rivendicative e successivamente gli accordi decentrati integrativi affrontino in modo compiuto i seguenti temi. 

Relazioni sindacali

Occorre rivendicare il pieno rispetto delle modalità di confronto sancite dal sistema di relazioni sindacali, strutturato sugli istituti dell’informazione, della concertazione e della contrattazione, rafforzandolo attraverso regole certe di attuazione da stabilirsi a livello di ente. 

Particolare attenzione andrà posta alle iniziative degli enti tese a dare avvio a processi di trasformazione, riorganizzazione, esternalizzazione e privatizzazione non solo attraverso l’applicazione dell’art.1 del CCNL, relativo alla continuità contrattuale, ma anche ponendo con forza il tema della verifica della valutazione dell’impatto sociale delle scelte di esternalizzazione e privatizzazione dei servizi nonché il tema della verifica dei risultati in termini di costi, efficacia ed efficienza. 

Occupazione

Verifica dei livelli occupazioni, lotta alla precarirtà,  stabilizzazione e qualità del lavoro: sono tutti temi che devono trovare spazio nella nostra iniziativa negoziale.

Il confronto sui piani occupazionali dovrà essere l’occasione per monitorare l’entità e il corretto utilizzo del lavoro atipico, ma dovrà anche consentire la costruzione di vertenze contro la precarizzazione e per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro.

Inoltre sarebbe utile prevedere un sistema permanente di monitoraggio relativo al ricorso alle consulenze esterne e agli incarichi professionali, con l’obiettivo di ridurli in modo consistente anche attraverso la valorizzazione delle risorse interne o la stabilizzazione del lavoro atipico.

In ogni caso, a favore dei lavoratori atipici, vanno contrattati diritti e tutele assimilabili a quelli previsti per il resto del personale.

Organizzazione del lavoro

Il controllo dell’organizzazione del lavoro è sicuramente, assieme alla questione salariale, il tema centrale di questa stagione contrattuale, un tema che spesso abbiamo affrontato nelle nostre discussioni ma che stenta a decollare e a produrre comportamenti e pratiche concrete.

Non voglio sottovalutare le difficoltà che si possono incontrare nel tentare di aprire i confronti sui modelli organizzativi, né voglio ignorare l’indisponibilità più volte manifestata dalle nostre controparti, ma dobbiamo insistere anche attraverso il ricorso al conflitto, perché il tema dell’organizzazione del lavoro è per noi elemento indispensabile se vogliamo, attraverso la contrattazione integrativa, tutelare e migliorare concretamente le condizioni di lavoro. 

Il nesso tra la valorizzazione del lavoro e la qualificazione dei servizi deve essere il nostro parametro di riferimento per discutere e valutare i modelli organizzativi. 

Dobbiamo rimuovere la tendenza alla staticità presente in troppi enti, rilanciando in direzione della sperimentazione di nuovi modelli organizzativi inclusivi e orientati alla ricomposizione delle competenze e dei processi lavorativi, valorizzando per questa via i saperi interni alle amministrazioni. 

Vanno previsti e istituiti, in tutti gli enti, osservatori sulle competenze finalizzati ad individuare, attraverso l’analisi dell’evoluzione del processo del lavoro, i fabbisogni professionali degli enti, prevedendo l’istituzione del curriculum professionale con il quale evidenziare i percorsi formativi e professionali, anche per assicurare più trasparenza nei percorsi di sviluppo professionale. 

Sicurezza e qualità della condizione lavorativa

La questione della tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro non è estranea al pubblico impiego,  i dati ci dicono che il problema esiste e che spesso è sottovalutato.

E’ un tema che dobbiamo riprendere con forza anche cogliendo l’occasione del rinnovo degli RLS. 

Va rivendicata l’applicazione integrale delle disposizioni previste dalla 626, prevedendo verifiche periodiche per tutti i dipendenti e l’istituzione del libretto sanitario personale. 

Inoltre, la costituzione dei comitati per il mobbing, dovrà diventare un’occasione per una campagna di sensibilizzazione sulla qualità delle condizioni di lavoro. 

Valorizzazione professionale, formazione ed aggiornamento

Il sistema di classificazione introdotto dal precedente contratto nazionale ha reso disponibili, consegnandoli alla contrattazione integrativa, nuovi strumenti di valorizzazione del lavoro. 

L’accrescimento professionale ad invarianza di mestiere, ottenibile attraverso la progressione orizzontale, il mutamento di mansioni riconosciuto dalla progressione verticale e la ricomposizione delle responsabilità, apprezzabile attraverso l’assegnazione della posizione organizzativa, se gestiti in stretto rapporto con l’organizzazione del lavoro, consentono di tenere assieme la valorizzazione del lavoro con la crescita professionale. 

In questo contesto il tema della formazione assume particolare rilevanza, come elemento trasparente ed oggettivo in grado di favorire lo sviluppo professionale. 

Per questa ragione occorre rivendicare lo stanziamento di risorse certe non inferiori all’1 per cento della spesa del personale, per finanziare piani formativi collegati ai percorsi di sviluppo professionale sia orizzontale che verticale.

Occorre inoltre verificare la qualità della formazione, nonché l’elemento di trasparenza e di pari opportunità formativa per tutti i dipendenti, anche per quelli collocati nelle qualifiche basse. 

I percorsi formativi dovranno essere certificati ed inseriti nei curricula professionali. 

Inoltre, in sede di contrattazione integrativa dovranno essere rivendicate risorse aggiuntive da indirizzare al lavoro e ai servizi.

Democrazia e mandato dei lavoratori

Il coinvolgimento dei lavoratori è per noi elemento fondamentale nel percorso di costruzione delle piattaforme rivendicative. 

Le piattaforme dovranno essere validate e dovranno contenere l’impegno alla consultazione, anche attraverso il referendum, sull’ipotesi di accordo. 

Il nostro impegno per il futuro, per concludere la stagione contrattuale 2002-2005

Mentre sarete impegnati nella gestione delle vertenze locali per il rinnovo dei contratti integrativi, sul tavolo nazionale saremo impegnati su due questioni rilevanti: il perfezionamento del sistema di classificazione ed il rinnovo del secondo biennio economico. 

Commissione sul sistema di classificazione ex art. 12.

 Il tema della valorizzazione del lavoro ed il suo nesso con la qualificazione dei servizi impone un coerente aggiornamento del sistema di classificazione. Il nuovo sistema di classificazione deve riconoscere e dare identità all’insieme delle specificità professionali presenti nelle autonomie locali e, nel contempo, deve saper semplificare e ricomporre il ciclo lavorativo per renderlo più adeguato alle domande di servizio dei cittadini-utenti. Insomma vogliamo servizi con lavoratori più professionalizzati, più motivati, meglio retribuiti. Per questi motivi siamo impegnati a far sì che i risultati dei lavori della commissione siano esigibili nell’ambito della vigenza contrattuale.

Secondo biennio economico 2004-2005

L’impostazione salariale che ha caratterizzato il 1° biennio economico è stata confermata e ampliata nella vertenza per il secondo biennio economico.  

Proprio sulle risorse necessarie per rinnovare il contratto nazionale lo scontro si è fatto particolarmente duro e cruento: a fronte di una richiesta d’incremento salariale dell’8 per cento avanzata unitariamente da CGIL, CISL e UIL per la  copertura del biennio economico 2004-2005, il governo ha previsto in Finanziaria meno della meta delle risorse necessarie, vale a dire il 3,6 per cento. 

Si tratta di un fatto grave che ben rappresenta il disinteresse e l’ostilità che questo governo ha nei confronti dei diritti dei lavoratori. Siamo infatti in presenza di un governo che continua ad ignorare e negare l’esistenza di una questione salariale che giorno dopo giorno sta assumendo un carattere di vera e propria emergenza a causa delle sue scelte devastanti. 

Una cosa è certa: siamo ben lontani da quel miracolo economico demagogicamente promesso durante la campagna elettorale dalla coalizione di centrodestra. 

L’economia italiana è in piena recessione, l’inflazione reale – prendendo per buoni i dati dell’ ISTAT – è il doppio di quella programmata dal governo e ben al di sopra della media europea, con il conseguente impoverimento dei  redditi da lavoro dipendente e l’inevitabile contrazione di domanda e consumi. 

Nonostante una situazione economica e sociale drammatica, questo governo continua a rifiutarsi di mettere in campo politiche redistributive in grado di tutelare il potere d’acquisto dei salari attraverso il riconoscimento e la relativa copertura del differenziale tra inflazione programmata e inflazione reale che si è determinato nel biennio 2002-2003; l’adeguamento dell’inflazione programmata a quella  reale e lo stanziamento di specifiche risorse per finanziare la contrattazione decentrata e la valorizzazione professionale delle lavoratrici e dei lavoratori. 

Ma non solo. La strategia contrattuale del governo nei confronti del lavoro pubblico fa leva esclusivamente sul suo depotenziamento in termini di ruolo e responsabilità e, coprendosi dietro presunte ragioni di rigore ed efficienza, persegue una massiccia campagna d’esternalizzazione e privatizzazione dei servizi e di decontrattualizzazione e precarizzazione del rapporto di lavoro.

Il lavoro precario e non tutelato nel sistema delle autonomie rappresenta ormai oltre il 15 per cento della forza lavoro e l’ attacco ai servizi pubblici mira a far passare un’idea di stato sociale affidato ad un mercato tanto aperto quanto ingiusto ed iniquo.

Le storture prodotte sono sotto gli occhi di tutti noi e anche l’incompatibilità tra l’annunciata riforma fiscale e il rinnovo dei contratti pubblici non è solo un problema di cassa,  ma  nasconde  il progetto del governo Berlusconi di non investire più sulla qualità ed efficacia del lavoro pubblico a tutto discapito dei servizi pubblici.

L’idea e il modello di stato sociale “minimo” o “leggero” già oggi sta producendo conseguenze estremamente negative, come dimostrano gli ultimi  dati ISTAT che  evidenziano come la spesa privata delle famiglie per i servizi sia raddoppiata in dieci anni.

Un dato, questo, che rimarca con forza il nesso tra la vertenza per il rinnovo del contratto  e la battaglia generale contro lo smantellamento dello stato sociale e che pone l’esigenza di rilanciare la centralità del lavoro pubblico come elemento di garanzia per un modello sociale solidaristico e garante dei diritti di cittadinanza. 

La riuscita dello sciopero e la manifestazione del 21 maggio hanno dimostrato che quando si tratta di tutelare i propri diritti, difendere il salario, garantire la qualità del lavoro, le lavoratrici  e i lavoratori sono disposti a fare la loro parte. 

Da questo punto di vista il percorso di iniziative e di lotta che ha caratterizzato la prima parte della stagione contrattuale, ma più in generale il clima che si respira nel paese, come dimostra la recente vertenza dei metalmeccanici di Melfi, ci dicono che  le conquiste del lavoro si ottengono con la mobilitazione e la lotta e non con le promesse e le deleghe in bianco. 

Questa è la nostra forza e sono sicuro che ci consentirà di chiudere positivamente l’intera stagione contrattuale.